Ghostwriting: come funziona in dettaglio

L’attività di ghostwriting consiste nello scrivere un libro o altri contenuti testuali per un cliente.

A pagamento effettuato, lui risulterà l’autore ufficiale dell’opera. Il ghostwriter resterà nell’ombra

L’attività di ghostwriting ha diversi aspetti interessanti per un produttore di conoscenza. Per questo ho invitato una ghostwriter professionista a condividere la sua esperienza.

Qui sotto trovi le mie domande e le risposte di Maddalena Mariani, la fondatrice del servizio di ghostwriting: Scripta.

Indice

ghostwriting1. Come sei diventata una ghostwriter professionista?

Ho iniziato il mio percorso lavorativo in modo disordinato, come capita a molti: prima qualche articolo scritto per clienti recuperati sui marketplace, a seguire collaborazioni sempre più strette con aziende selezionate, il salto all’editing di documenti lunghi (guide, infoprodotti e libri) e poi, finalmente, la scrittura per conto terzi.

Il passaggio è stato abbastanza naturale, visto anche il crescente interesse al mondo del ghostwriting di non-fiction (saggistica) negli ultimi anni. È stato come se i (miei) pianeti si fossero allineati: finalmente potevo scrivere senza essere una scrittrice in senso stretto (cosa che non mi ha mai affascinata più di tanto), potevo elaborare strategie di marketing senza essere una marketer, potevo lavorare con le parole facendo registrare ai miei clienti risultati concreti.

2. Quali sono le fasi principali del lavoro di ghostwriting?

Non esiste un processo standard, che tutti noi ghostwriter seguiamo. Quello che ti dirò, quindi, vale solo ed esclusivamente per me. Direi che possiamo individuare tre fasi: l’ascolto, la ricerca, l’azione. La fase di ascolto si apre con la richiesta del cliente e prosegue con una lunga serie di domande alle quali lo prego di rispondere: l’obiettivo è indagare le sue necessità, le necessità del suo pubblico, le sue motivazioni, le sue aspettative e, naturalmente, le sue credenziali. Una volta validato il progetto, e quindi verificato che esistano le condizioni per portare avanti una pubblicazione insieme, si passa alla fase di ricerca: qui, attraverso interviste, studio della letteratura esistente e del materiale condiviso dal cliente, io e il mio team ‘impariamo la parte’ e ci prepariamo a recitarla al meglio. Dato che non firmeremo noi il libro, è importante riuscire a metterci nei panni del cliente e comprendere al meglio tutte le informazioni che dovremo poi riportare su carta. L’ultima fase è quella dell’azione, ovvero della scrittura: è arrivato il momento di scoprire se tutto quello che abbiamo ipotizzato, una volta steso nero su bianco, continua a funzionare!

3. Hai qualche formula o procedura per impostare la scaletta iniziale del contenuto?

Nessuna formula, ma sicuramente possiamo provare a schematizzare una procedura. Banalmente, partendo dalla fase di ascolto di cui abbiamo parlato in precedenza, parto con un brainstorming feroce: io e il cliente smettiamo di pensare ‘nel modo giusto’ e seguiamo l’istinto, cercando di non fare un lungo elenco puntato di tutti gli argomenti di cui ci farebbe piacere parlare. Questa sarà la nostra base. Da qui procederemo poi seguendo lo schema di una piramide e, muovendoci dalla parte più larga all’estremità, andremo a fare una severa selezione dei contenuti eliminando quelli non necessari e approfondendo quelli più in linea con gli obiettivi della pubblicazione.

4. Se una o più idee del libro ti sembrano “noiose” come le rendi interessanti?

Questa è una domanda trabocchetto, in realtà. Se un’idea è noiosa, molto probabilmente non merita di essere raccontata. Non in un contesto in cui la pubblicazione deve servire, nel concreto. Servire all’autore ma anche, e soprattutto, servire ai lettori. Perché quell’idea è in scaletta? Come c’è arrivata? Comunque, non voglio sviare la questione: è sicuramente vero che alcuni argomenti e passaggi abbiano forza minore rispetto al resto, e che quindi necessitino di… un po’ di mestiere! In questi casi, lo storytelling è di certo l’arma più potente a disposizione di un ghostwriter. I lettori si emozionano e si interessano alle storie che li vedono partecipi, o nelle quali riescono a ritrovarsi: quelle, per loro, non saranno mai noiose.

5. Quanto tempo ti porta via la scrittura?

Dipende da tantissimi fattori, dalla complessità dell’argomento alla sintonia che si crea con il cliente (più sintonia = meno riscritture). Si sentono tante agenzie e professionisti urlare che ‘si può scrivere un libro in 30 giorni’: semplicemente, non è vero. 30 giorni possono bastare, forse, per buttare giù l’idea. Altri 30 serviranno per validarla e, restando ottimisti, altri 30 per scriverla. Poi però bisognerà anche riscriverla, in toto o in parte, editarla, correggerla. E quindi tagliarla, allungarla, sistemarla…

6. Scrivi subito a computer? Quali programmi/app usi?

Se cerchi romanticismo in me, non ne troverai. Niente taccuino sulla spiaggia o cose del genere: mi limito a un quaderno ad anelli per la fase di brainstorming e per appuntarmi le domande durante le interviste con i clienti, ma la fase di scrittura vera e propria viene gestita interamente in digitale. Anche sul fronte programmi sono piuttosto basica: Word, Word e… Word! Ho provato Scrivener, in passato, e può essere molto comodo in alcuni frangenti. Ma niente batte il pacchetto Office…

7. Hai qualche consiglio per scrivere testi più in fretta?

Sì, uno solo: dedicare l’80% del tempo alla pianificazione dei contenuti e solo il 20% alla scrittura. In questo modo, si penserà per un sacco di tempo ma si scriverà molto più velocemente!

8. Cosa ti porta via più tempo? La stesura o la revisione?

Anche in questo caso, dipende. Quando si riesce a fare un ottimo lavoro in fase di stesura, la revisione scorre via liscia come l’olio e porta via anche solo un paio di settimane. A volte, però, capita di incontrare progetti talmente impegnativi (o disordinati, spesso per colpa degli stessi clienti!) da dover mettere in conto una semi-riscrittura.

9. Come effettui questa seconda fase del processo?

Oggi le cose sono un po’ cambiate rispetto a quando mi muovevo in solitudine: posso contare sull’aiuto di nove collaboratrici a cui affido diverse mansioni. Alcune si dedicano solo alla correzione finale delle bozze, altre alla revisione e all’editing, altre alla ricerca e all’organizzazione dei materiali, altre ancora all’impaginazione e alla grafica degli interni. Lo dico perché è bene sapere che in nessun caso chi scrive dovrebbe anche editare, e in nessun caso chi edita dovrebbe anche correggere. Gli occhi si abituano agli errori e lo stesso fa la testa. Quando ero agli inizi e lavoravo come freelance facevo del mio meglio per ‘staccare’, far respirare la mente e poi mettermi a revisionare il tutto: purtroppo, però, questo non garantisce il miglior risultato possibile.

10. Quando ha senso o meno delegare la scrittura di un libro a un ghostwriter?

Ha senso delegare quando l’obiettivo primario della propria carriera non è diventare uno scrittore o una scrittrice. Ha senso delegare quando attraverso una pubblicazione si devono raggiungere risultati concreti, e lo si deve fare in un tempo ridotto e cercando di minimizzare il rischio di buttare via tempo e denaro. Insomma, ha senso delegare la scrittura del proprio libro quando non è un romanzo o una memoria da passare ai nipoti. Chi fa impresa conosce molto bene i rischi dell’improvvisazione, e chi scrive conosce molto bene i rischi dell’inesperienza.

11. Come hai deciso i prezzi dei tuoi servizi di ghostwriting?

Non li ho decisi, in realtà, li ho subiti! Negli Stati Uniti il compenso minimo per un ghostwriter di non-fiction è di 50.000 dollari: scendere sotto questa cifra significherebbe palesare la propria inesperienza o scarsa preparazione. Insomma, 50.000 dollari è il minimo e poi si sale fino a 100/150.000 per i progetti più impegnativi. E in Italia? Per molti queste cifre sono follia pura. Soprattutto, e qui viene il bello, per le aziende con più risorse. Scherzi a parte, è indubbio che gli imprenditori e i professionisti italiani fatichino ancora molto a investire in progetti che non garantiscono un ritorno misurabile: spendono migliaia e migliaia di euro in ads che non funzionano, ma non riescono a visualizzare il vantaggio di avere un libro ben scritto che potenzia la loro autorevolezza, riduce al minimo le obiezioni e gli attriti dei clienti, registra una procedura o una serie di risultati e resta valido nel tempo. Sono certa che, nei prossimi cinque o sei anni, le cose cambieranno: allora avrà senso chiedere dai 40 agli 80.000 euro a progetto (posto che esistano le condizioni, lato cliente, lato progetto e lato ghostwriter!), ed è verso quelle cifre che ho intenzione di muovermi.

12. Quando imposti il preventivo finale, quali parametri consideri?

Sono una delle poche ghostwriter a proporre tariffe semifisse. Parto dal prezzo esposto sulla mia landing page e metto in conto riduzioni o aggiunte davvero minime. Il 99,9% dei ghostwriter (e degli editor) fa esattamente l’opposto. Anzi, molti di loro mettono in guardia i clienti dicendo cose del tipo: “Chiunque offra prezzi fissi è un truffatore, perché ogni progetto è un caso a sé e richiede sforzi differenti”. Sono d’accordo, almeno in parte! Ci sono lavori più semplici e lavori più complessi, clienti che ti aiutano e clienti che ti ostacolano. Ma chi come me è specializzato in un certo tipo di scrittura, e si muove dentro più ampi progetti di comunicazione e marketing, riesce benissimo a capire i tempi di lavorazione e l’impatto che una certa pubblicazione avrà sul mercato e sulla carriera del cliente. Ecco, io ho scelto di basarmi su questo piuttosto che sulla tariffa a cartella.

Il prossimo passo

Se hai domande ulteriori per Maddalena, scrivile nei commenti. La avviserò, così appena ha un attimo ti risponde.

 

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Samuele Onelia

Samuele Onelia

Ho scritto il libro più breve sul copywriting: Maledetti Indecisi. Niente lungaggini. Lo leggi in 46 minuti.
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